venerdì 4 dicembre 2020

IN RICORDO DI MARIAGRAZIA DI GIORGIO-PUPILLO

 

   

MARIAGRAZIA DI GIORGIO-PUPILLO

  Oggi rendiamo omaggio alla memoria della nostra  Mary. Non è un dovere, è tanto, tanto di più. Questo di più, di certo, non è mai compensativo di tutto l’amore, la simpatia, la gioia, quella speciale serendipity, che solo lei, come pochi, sapeva trasferire e ricevere con le persone con cui entrava in contatto. Sono sempre tanti i momenti che, in tantissimi, abbiamo vissuto insieme a lei, in tante occasioni, dal semplice incontrarsi/rivedersi, alle recite teatrali,  alla preparazione dei concerti, agli allestimenti e alle prove d’orchestra, infinite, alle quali non è mai mancata, anche per dare suggerimenti scenografici, musicali o di regia. In questo momento sentiamo di interpretare i sentimenti di tutti i componenti dell’Orchestra Mediterranea Siracusana e Coro Sinfonico Mariagrazia Di Giorgio, diretta dal Maestro Michele Pupillo, e di tutti quelli che l'hanno conosciuta. 



  Ci mancherai Mary, per sempre. Ci conforta sapere che la tua incrollabile fede ti sia stata di conforto nei momenti più duri e difficili della tua vita, così come noi confidiamo di starti vicino sapendo che anche tu non ci abbandonerai mai, come sapevi ben fare, con il supporto e gli stimoli che hai saputo trasmetterci in vita e, siamo certi, non ci abbandoneranno mai, nella volontà di voler proseguire e portare a termine quei progetti nei quali avevi creduto e ci avevi messo, come sempre, l’anima. 






 Noi, quelli cui hai lasciato il testimone, non verremo meno a quell’impegno.


Salvatore Spallina

martedì 3 marzo 2020

"EU CANTU PIRKÌ LICCO DE CANTARI" e al pizzicar de ste corde lo cori sona





        Doroty Armenia

   Diciamo subito la verità: ci siamo fatti trascinare dai versi intriganti di Doroty Armenia, la poetessa di Stafenna, e nel titolo abbiamo affiancato, indegnamente, dei nostri versi a completamento del pensiero.
  Indegnamente è parola giusta perché Doroty per raggiungere queste vette poetiche ha faticato, con tanta gioia, da tanti anni. Ha attraversato, si è immersa, si è fatta trascinare, come incantata, da un fiume culturale che è largo e profondo come la Cava di Stafenna (questo multisecolare sito archeologico, trascurato, ma del quale lei conosce tutti i dettagli), vicino Rosolini, in territorio di Siracusa.  Così come gli scalpellini scavavano la roccia della Cava anche lei ha scavato nella storia, nella letteratura, nell'arte, nella poesia. 

                                                 



   Il primo frutto di questo lungo e travagliato percorso lo abbiamo incontrato domenica 1 marzo presso la "putia letteraria" in c.da Stafenna, a Rosolini. Lì  si è svolta la presentazione del libro “un somnio de nejente” di Doroty Armenia, per i tipi di Eretica Edizioni.       
   Ecco, Doroty ci ha colpiti al cuore, ci ha stordito per la passione, per i suoi studi, per la sua voglia di immergersi nel profondo, alla ricerca di una verità, la sua verità. Lo sforzo e la tensione immensa che compie nel cercarla, fino in fondo, ce la contamina, vuole che ci appartenga, che la condividiamo con lei. Sembra che cerchi il nostro consenso e questo ci illude. Anche se per poco, quel poco che può anche bastarci, che deve bastarci, ma che non basta a lei, per fortuna nostra. Perché si rituffa in quel magma immenso che è il suo cuore pulsante per continua a cercare con la sua capacità di sorprenderci. 
  La sua anima è ancora alla continua ricerca del suo sé, che come dicevamo prima, un poco ci appartiene, ci fa godere di questa sua spasmodica ricerca. Il suo spirito entra ed esce, a piacimento della sua ispirazione, dal greco antico, per entrare nel latino, dal provenzale, per rituffarsi immediatamente nella scuola poetica siciliana, poi afferrare al volo Cecco Angolieri, e poi Dante e poi  ancora,boccaccescamente, Cielo D’Alcamo o Jacopo da Lentini o i trovatori  del basso medioevo, fino alla poesia ed alla letteratura contemporanea. In questo percorso ha trovato il suo stile, la sua cifra poetica che si caratterizza in una strana sintesi di questi rivoli culturali, capace però di cogliere nel profondo sentimenti e conati non diversamente esplicitati.


Sebastiano Burgaretta - Lucia Papaleo - Doroty Armenia - Léon Spadaro 


   Nel corso della presentazione abbiamo incontrato persone piacevoli e amiche che non vedevamo da tempo. Lucia Papaleo ha moderato il dibattito sul libro con la sua sensibile anima, Doroty ci ha proposto due poesie accompagnate dalle splendide note musicali, originali, del musicista Lèon Spadaro, il professore Sebastiano Burgaretta, anche lui poeta, colpito e preso dai versi, ha dialogato con Doroty, per entrare più nel dettaglio del suo profondo poetare. La poetessa ha voluto ringraziare Maria Attanasio che, nella prefazione al libro, ha colto nel segno la sensibilità poetica ed il tormento della sua anima. E, non ultima, Ingrid Perini, per il bel lavoro, in qualità di editor, durante la preparazione del libro. 




   La pagina qui riprodotta fa parte di un lavoro di Doroty, insieme ad altri lavori scritti, a breve, dovrebbero andare in stampa con l'editore Le Fate di Alina Catrinoiu.



                                               A-r-ello m’entregai,
                                               tucto-co lo meo cori
                                               e no me pote ajuto e canoscenzia:
                                               per esto amori fino,
                                              me lasarìa moriri,
                                              komo fa l’asciscino
                                              pirduto in sua cridenza.

I versi sopra riportati sono la chiusa molto colta di “Tanno, kuanno tant’anni”.

    Anche noi, come Doroty, ci sentiamo invischiati nel magma melmoso di questo mondo di oggi, dove, più di ieri, è difficile intravedere una via d’uscita. E allora prendiamo in prestito le parole di Doroty per “Scirene, non ò scienzia” ed ci affidiamo alla luce della poesia dei bei versi di Doroty.

  Salvatore Spallina


lunedì 13 gennaio 2020

QUANDO C’È PINO È “TUTTA 'NATA STORIA”




Barcollo

   Ne sono passati cinque di anni senza Pino!!!. È siamo in tantissimi a sentirne la mancanza, ma, puntualmente, nei primi giorni di ogni nuovo anno in tutta Italia si moltiplicano i momenti per ricordarlo, con la sua musica, con i suoi pensieri, il suo sorriso, la sua risata, le sue canzoni. Questo compito, fra il piacere ed il puro sentimento, qui a Siracusa, se l’è intestato, piacevolmente intestato, Nicoletta Palermo. 























    

      da sinistra Mattia Mazzola (sax), Maurizio Moscuzza (tastiera), Wena, Nicoletta Palermo 


   La disponibilità offerta, per ospitare l'evento, fin dal primo anniversario, di un locale nel cuore dell’isola di Ortigia, il Barcollo (è pubblicità pura?, ma quanno ce vò ce vò (come diceva Trilussa), ha facilitato tutto il resto. Ogni anno, la bella voce di Nicoletta, che allieta tante serate in tanti locali della città e della provincia ed il suo gruppo, la Boogie Boogie Band, Emanuele Cartelli (chitarra), Carlo Salemi (basso), Maurizio Moscuzza (tastiere), Peppe Carbonaro (batteria) preparano questa serata per ricordare Pino Daniele. 
   Noi non ne abbiamo persa nessuna delle cinque!! E poi è anche un bel momento d’incontro. Nicoletta riesce sempre a trovare nuove voci, amici musicisti, anche loro amanti delle canzoni e del mondo di Pino. Contatti, incontri, momenti di prove servono a mettere insieme tanti artisti e a far vivere bene, caldamente, queste serate. 
   Noi, naturalmente, in queste due note ci riferiamo alla serata del 4 gennaio 2020, la quinta, appunto. Alternandosi agli strumenti ed ai microfoni, in duetti, in assoli, i musicisti ospiti, Enzo Boscarino (batteria), Valter Boscarino (batteria), Gabriele Agosta (tastiere), Fausto Zappulla (basso), Vincenzo Partexano (chitarra), Mattia Mazzola (sax), insieme ai cantanti, Alessandra Palermo, Wena (corista Ghemon), Paola Pisanelli, Rossella Bordonali, Alex Maiolino e le esordienti Lucia De Luca e Swami, hanno reso la serata piena e partecipata. Un cameo, al piano, ha voluto offrirci Elpidia Giardina eseguendo Sicily.


Elpidia Giardina

   A noi piace pensare che Pino, cinque anni fa, aprì la porta della stanza accanto alla nostra ( è diventato un bellissimo modo di dire), ed è entrato. Da lì continua a captare i nostri pensieri, ad ascoltare le nostre parole, con le quali parliamo del mondo, di Dio, delle nostre gioie e dei nostri affanni,  della sua presenza/assenza, del nostro modo, personalissimo, di fare musica, e da lì, da questa stanza accanto ci fa compagnia. Ciao Pino, grazie Nicoletta.

p.s. Il link che segue darà la dimensione del tipo di serata e della bellezza partecipata della stessa. Ci siamo permessi di scegliere questo video con questa canzone, perché, fra quelli da noi raccolti nella serata, per fattura, è, decisamente, il migliore.

   Salvatore Spallina


Resta cu’mme - https://youtu.be/Cv02d3pmxmo 

martedì 10 dicembre 2019

TOSCA A NOTO - AGOSTO 2014




   Anno 1800. Il prigioniero politico Cesare Angelotti, da poco evaso dalle carceri di Castel Sant’Angelo, si  rifugia nella  Chiesa di S. Andrea della Valle a Roma. Nella cappella di famiglia della sorella, la marchesa Attavanti,  sa di trovare rifugio e dei vestiti da donna. Il pittore Mario Cavaradossi   in Chiesa sta ritraendo  l’immagine di Maria Maddalena, ma con il volto della Attavanti, vista più volte nella cappella a pregare. Mario riconosce  e soccorre  Angelotti, a cui lo lega la stessa ideologia libertaria.
   Mario  è imbarazzato dall’improvviso arrivo della cantante Tosca, sua amante. Ella vede e riconosce il volto del quadro. Si altera pensando la sua rivale in amore. Cavaradossi riesce a congedarla con un  un appuntamento per quella stessa notte alla sua villa. Angelotti  lascia la Chiesa.  Il temutissimo barone Scarpia, capo della polizia, è giunto in Chiesa sulle tracce del prigioniero. Da alcuni indizi significativi (un paniere con poco cibo, il quadro, un ventaglio) si convince  che Cavaradossi ha aiutato Angelotti a fuggire. Tosca rosa dall’ansia torna in Chiesa. Cade nella trappola delle insinuazioni di Scarpia e si precipita verso la villa di Cavaradossi. Scarpia la fa seguire. Il suo piano diabolico prende già forma “l’uno al capestro, l’altra tra le mie braccia”. Scarpia, al piano superiore di Palazzo Farnese, cena in attesa di notizie sulla cattura dell’evaso. Cavaradossi, arrestato, è portato davanti a Scarpia. Tosca, invitata al Palazzo, incontra Mario che sta per essere interrogato. Ella con qualche abilità elude le prime domande di Scarpia. Ma quando sente le urla di Mario, torturato nella stanza accanto, rivela il nascondiglio dell’evaso. Mario, sanguinante, condotto nella stanza di Scarpia comprende che lei ha svelato il nascondiglio. Lei: “pietà di me”.  Intanto giunge la notizia della vittoria di Bonaparte a Marengo. Cavaradossi inneggia alla libertà. Scarpia svela a Tosca i suoi morbosi desideri e in cambio del corpo di lei offre quello di Mario. Lei dapprima rifiuta, poi, alla notizia dell’imminente fucilazione di Mario, cede al ricatto. Scarpia, presente il fido Spoletta, le fa credere di predisporre una falsa fucilazione per salvare Cavaradossi, ma nella stessa conversazione, con linguaggio cifrato, ordina a Spoletta un’esecuzione regolare.
   Tosca esige che predisponga un salvacondotto che consentirà  ai due amanti di fuggire. Scarpia si appresta a scrivere. I suoi  occhi intenti sul foglio non vedono quelli di Tosca che adocchiano un coltello affilato sul tavolo.  “Tosca, finalmente mia”, Scarpia si avventa su di lei. Tosca lo colpisce mortalmente al cuore. Sta per uscire: “Tutta Roma tremava davanti a lui!”. La scena si chiude con un moto religioso, Tosca poggia due candelabri accesi ai lati del corpo, stacca dalla parete un crocifisso e lo appoggia sul petto di Scarpia.
Intanto a Castel Sant’Angelo sono in atto i preparativi per la fucilazione, Cavaradossi nei suoi pensieri fa scorrere i fotogrammi d’amore che lo legano a Tosca. Ella giunge con il salvacondotto, confessa l’omicidio di Scarpia, illustra a Mario la messinscena della falsa fucilazione e si allontana. Assiste, come a teatro, ad una scena della quale è partecipe. Ma ben presto comprende il tragico epilogo, la fucilazione era vera. Le voci degli scagnozzi di Scarpia che inveiscono contro di lei  fanno capire a Tosca di non avere scampo, dopo aver invocato la punizione divina  per Scarpia sale sul parapetto del Castello e si lancia nel vuoto.
   Giacomo Puccini scava con la sua musica tra le pieghe dell’animo umano per cercare di trasferire nelle note quei sentimenti con i quali gli uomini esprimono ed esaltano pensieri ed azioni che manifestano sia la grandezza e la nobiltà d’intenti al pari di azioni nefaste e orribili.


   Grida, standing ovation e un lunghissimo applauso finale ha decretato il pieno successo di Tosca da parte del numerosissimo pubblico che si è goduto uno spettacolo straordinario dai gradini della cattedrale di Noto. 
   Sensazioni forti, belle emozioni, momenti magici.  Michele Pupillo ha diretto orchestra, coro e cantanti con la maestria di sempre. L’Orchestra Mediterranea Siracusana e Coro hanno dato il loro meglio in uno scenario incantevole. Maurizio Amaldi  con la sua direzione scenografica ha fatto felicemente sposare  strumenti tecnologici avanzati con la tradizione ambientale ottocentesca. 
   Palazzo Ducezio con il suo affaccio prospiciente sulla Cattedrale ha offerto al Coro la possibilità di un intervento dall’alto, sulla scena principale, veramente suggestivo. Determinante il contributo dei cantanti:  Michele Mauro (Mario Cavaradossi), maturo e deciso, Piera Bivona, (Tosca) brillante e passionale, Paolo La Delfa (il cattivo Scarpia), (contralto e regista) con il piglio e la classe di sempre. Hanno contribuito al successo anche Maurizio Muscolino ( il sacrestano), Daniele Bartolini ( Cesare Angelotti),  Mariano Brischetto  (Spoletta), Rita Patania, nelle vesti del pastore e di maestro del Coro delle voci bianche (la Cantoria), Maria Grazia Di Giorgio (Maestro sostituto e aiuto regista).



                                                                                                           Salvatore Spallina

lunedì 4 novembre 2019

LE SCELTE MIRATE DEL CARDINAL RUINI NELLA GUERRA APERTA CONTRO PAPA FRANCESCO





   Il cardinale Camillo Ruini quando  i conservatori lo chiamano risponde, risponde sempre, presente!!. Che sia la politica politicante o sia la politica clericaleggiante lui risponde sempre, presente!!. E sa farlo da par suo, con finezze argomentative non occasionali, con ragionati messaggi che sanno di andare a cercare, dentro la pancia dei molti, quei temi che sono diventati veri e propri cavalli di battaglia contro papa Francesco, ed in modo specifico su problemi ben definiti, a cominciare dal più preoccupante, il populismo porta al totalitarismo.  

   Tante delle scelte di Papa Francesco disturbano assai!!!

   Ieri sul Corriere della Sera con un’intervista (una sorta di fuoco di fila ben congegnato, che fa il paio con le dichiarazioni dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò sul caso Emanuela Orlandi, ) spende la sua potenza di fuoco conservatrice a favore del capo della lega, per giustificare determinati atti, quando giura sul Vangelo a piazza Duomo a Milano  e per quelle decine di volte che il Rosario o il Crocifisso è stati branditi a difesa di valori o di precisi punti di riferimento, quando invece, in realtà, intenzionalmente andavano nella direzione opposta. 
La campagna d’inverno proiettata nelle prossime tornate elettorali è stata aperta in maniera netta. Ma Francesco non si lascia intimidire e continua a perseguire le sue scelte.
Le parole di Ruini attizzano il clima che apre alla logica del tanto peggio tanto meglio, pur se camuffate da ipocrisie e falsi perbenismi.

   Il Cardinale non è nuovo a questi interventi. Alla fine degli anni ’80 veniva invocata, da più parti, all’interno del mondo cattolico e della stessa Chiesa, una pastorale antimafia.  La presa di posizione del cardinale Camillo Ruini, all’epoca segretario della Conferenza Episcopale, non si fece attendere. Con il suo solito stile si mise in mezzo dicendo che nel diritto canonico venivano contemplati gli atteggiamenti  e i comportamenti che gli uomini di Chiesa dovevano tenere nei confronti della mafia e  dei mafiosi.

   Per fortuna Giovanni Paolo II con l’intervento, nella Valle dei Templi, del 09 maggio del 1993 aprì un percorso nuovo che però ha sempre bisogno di essere rinvigorito e rafforzato.

sabato 29 giugno 2019

QUANDO UN MINCHIA DI MARE TROVA IL PROPRIO SÉ


   Un romanzo di formazione è sempre qualcosa di unico nella vita, nella storia di uno scrittore. A noi è molto piaciuto “Minchia di mare” di Arturo Belluardo, Elliot Edizioni 2017. I romanzi di formazione lasciano tracce, spargono semi, fanno tornare alla luce imprinting in leggero o totale oblio nel lettore.
   I temi che affronta il libro seguono linee e chiavi di lettura particolari, ma appena ci si immerge dentro diventano familiari e la memoria cuce le varie sezioni/capitoletti in maniera piacevole e con i giusti raccordi. Il linguaggio segue un percorso suo, una sorta di archeologia linguistica, come ha avuto modo di definirla lo stesso autore, che fa del linguaggio dialettale parlato la cifra principe di tutto il romanzo. L’abilità con le quali Belluardo usa più di una impronta linguistica rende la sua scrittura ancora più accattivante, forte, a tratti profonda. 
   Davide è un ragazzo che vive la condizione tipica giovanile/esistenziale di una città di provincia, a casa sua si parla solo in italiano, ma il dialetto gli è entrato nel sangue e nella testa giocando e frequentando i ragazzi del quartiere popolare dove abita e che frequenta tutti i giorni. È alla ricerca del proprio Sé per poter credere che ha le capacità di poter costruire progetti di vita lontani dall'ambiente familiare, scolastico, amicale dove si esaltano, a continua dismisura, le sue debolezze caratteriali, dove cercano di convincerlo  che non vale molto e che quelli che lo  attorniano stanno una spanna sopra.

     Valerio Vancheri e Arturo Belluardo alla libreria Gabò per la presentazione del libro nel marzo 2017
   
   Il padre di Davide Buscemi è un comunista, senza Rolex, in realtà vive la dimensione ideologica a modo suo, a suo uso e consumo. Legge L’Unità, frequenta la sezione del PC, è insegnante nello stesso Liceo Classico Gargallo di Siracusa frequentato dal figlio Davide. I protagonisti di questo romanzo sono i componenti del resto della famiglia, Ianu e sua mamma Sara. Benito, Benni Buscemi, il padre, è il dominus assoluto, presuntuoso e violento, alza pesantemente le mani su tutta la famiglia, considera il figlio più grande Davide una minchia di mare, “minchia e mare”, un modo di dire siracusano, per denominare un’oloturia,  un animaletto marino, senza spina dorsale. Davide Buscemi, pur in mezzo alle sue fragilità esistenziali cercava di fortificare le sue certezze che poi gli hanno consentito di trovare la “sua strada”.

  I grandi avvenimenti internazionali e nazionali che hanno fatto storia, come l’allunaggio della Apollo 11, la strage di Piazza Fontana, la morte violenta di Pier Paolo Pasolini, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro,  il teatro di Eduardo, i grandi film come Fuga per la vittoria, il Dottor Zivago, i concerti dei Talking Heads, la musica di Lou Reed, i grandi successi musicali, in tv, di Raffaella Carrà, le feste patronali, la vita dell’oratorio frequentato da Davide, sono filtrati dai passi, anche colti, del dire e non sono mai fuori posto.
   Alcuni momenti narrativi hanno lasciato in noi un segno. Ne vogliamo citare qualcuno. Un paio, nella seconda parte, nel capitolo “La morte del Calippo”, il suo motorino vecchio e scassato regalatogli dalla nonna.
   Il primo è legato ad un momento tragicomico, quando Rosa, di due anni più piccola di Davide, la sorellastra, figlia di suo padre viene portata a casa per unirsi alla famiglia.  La mamma di Rosa è la prostituta Li Puma Carmela. Per un periodo il professore Buscemi ha convissuto con lei. Dopo la morte della prostituta i Carabinieri lo obbligano a prendersi in carico la figlia. 
   "Mi giro verso mia madre. Ma mia mamma non c’era più. Dei conati strozzati rimbalzavano n’arreri la porta del bagno…….“La sputazzata mi era partita quasi senza volerlo,  uno scracco  pieno e tondo, con delle remature verdastre che aveva già pigghiato Rosa in piena faccia”.
Il secondo momento, ancora dentro questo capitolo, è quando  mamma Sara, il giorno dopo, disperata per l’umiliazione subita dall'imperio del marito, va a scuola, prende il motore del figlio prima che lui esca e appoggiandosi, china sul manubrio piange, singhiozza, tornando verso casa, sul marciapiede del Lungomare di Levante spazzato dai cavalloni che, frangendosi sulla barriera di massi, imbiancano la strada con la schiuma e le inzuppano i vestiti ed i capelli. Davide raggiunge la madre, la stringe forte a sé. 
   “Pareva un pupo a cui avessero tagliato i fili, Bradamante sconfitta da Rodomonte. Piangeva talmente tanto che non distinguevo più le sue lacrime dagli sgricci dei cavalloni”. “Tu te ne devi andare, mà, Te ne devi scappare”.
   E poi ancora nel capitolo “Alle spalle di Minosse”, nome con il quale spesso Davide apostrofa il padre.  La scena si svolge a casa del nonno Davide, il padre del padre, per la cena di Natale. C’è qualche piccolo trambusto a tavola.
“Davide, è per te”.
“Pimmìa, zia? Sicura sei? Ma chi è?”
“E che ne sacciu? Voce di fimmina è”.
“Eh, il nostro Davide grande si fece. Le fimmine lo cercano pure per Natale” ridacchiò mio zio il questore.
“Buttai il tovagliolo sul piatto e corsi in corridoio. Rosa doveva essere.
“Davide…Buon Natale, Davide”:
La bachelite niura della cornetta mi si raggelò sull’auricchia, il cuore mi acchianò in alto e poi mi precipitò nelle scarpe.
“Mamma? Sei tu mamma?”.
“Davi….”
I peli russi di una manazza piombarono sui pulsantini bianchi della forcella, interrompendo la comunicazione!.
Nelle cavità oculari di mio padre s'affocavano due braci, gli occhi di Minosse”.

Ce ne sono tanti altri, ma ci fermiamo qui e rinviamo, naturalmente, alla lettura del libro.




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          Arturo Belluardo al solarium Nettuno a Siracusa per la presentazione di Calafiore

   Le due foto, la prima del 2017 e questa sopra, di qualche giorno fa, ci danno l'idea giusta del lavoro dell'autore sul suo corpo a dispetto di dover ammettere che "chi perde peso lo perde solo in apparenza perchè si resta sempre grassi dentro". Noi crediamo che questo lavorio abbia prodotto benefici effetti e ci apprestiamo ad approfondirlo leggendo Calafiore.  

    
Salvatore Spallina



   *Arturo Belluardo(1962) è nato e cresciuto a Siracusa, ha lasciato la città a diciannove anni, oggi vive a Roma e lavora alla Direzione Crediti del Banco Popolare. Ha alle spalle dei lavori di scrittura che l’hanno posto all'attenzione del pubblico dei lettori e degli amanti del teatro, ad esempio, con Scatola a sorpresa portato in  scena al Teatro Biondo di Palermo, ancora a Palermo è stato rappresentato il monologo La volta che mio padre m’imparò a volare. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati, Il ballo del debuttante  è stato segnalato al premio Premio Calvino 2016.
Minchia di Mare del 2017 è il suo libro d’esordio. Calafiore è l’ultimo lavoro di aprile 2019.




giovedì 13 giugno 2019

BAMBINI "SOLI" CON L’INCUBO DI DIVENTARE CIECHI - UN MODO STRANO E VIOLENTO DI VOLER BENE ED ESSERE ALTRUISTI


   
   Al “Cine-Teatro Aurora”, a Belvedere di Siracusa, alcuni giorni fa, è andato in scena uno spettacolo tratto dal libro  “I bambini della Croce Bianca – Racconto da una cronaca del 1960” di Carmelo Miduri – Lombardi Editori, 2007.
   


   Una storia vera e triste che fa i conti con il duro mondo degli adulti. Il racconto scenico si svolge nell’arco di un anno, a cavallo del 1960-61. L’esperienza diretta, vissuta da tanti bambini in età scolare, anche in altre parti della Sicilia, nella  identica  realtà descritta nel racconto, si allarga ad un arco di anni che vanno dal 1955-1972, anno nel quale la struttura è stata chiusa.


                                               Il Tracomatosario di Bivona

Un gruppo di bambini ospiti del Tracomatosario

   Il racconto si svolge dentro il  tracomatosario di Bivona, un luogo, una struttura che a partire dalla metà degli anni ’50, del secondo dopoguerra, ospitò migliaia di bambini affetti dal tracoma. Questa era una malattia infettiva che colpisce gli occhi, soprattutto dei bambini, più dannosa di una congiuntivite, perché poteva colpire anche la cornea. La causa dell’infezione era dovuta ad un batterio che si poteva trasmettere con il contatto da mani infette, da indumenti contaminati e da insetti. Se non veniva trattata poteva portare alla cecità. Nella struttura bambine e bambini venivano curati, sfamati ed obbligati alla frequenza di una classe elementare in base all'età ed alla classe frequentata fino al momento dell’ingresso nella struttura.
    Nei suoi tre piani, era molto grande e caratterizzata, all'ingresso, dalla bandiera italiana (che Gino, il protagonista nel racconto e nella pièce teatrale,  non aveva mai visto prima di allora) e da un grosso scudo rosso con una croce bianca in mezzo. Questa imponenza, per tanti bambini che vivevano in piccoli paesi, e il grande scudo rosso con in mezzo una croce bianca si caratterizzarono, insieme alla triste esperienza vissuta, come i segni distintivi di quel posto. Inoltre la presenza, durante la messa domenicale, di persone anziane che indossavano un mantello con lo stesso stemma (Ordine dei Cavalieri di Malta) rafforzerà in loro memorie difficili da dimenticare.
   Dentro il tracomatosario vigeva una disciplina di tipo militare, con orari rigidi da osservare. Vi erano grandi camerate, quella del dormitorio era inframezzata da un muretto con il vetro,  serviva a separare un certo numero di lettini di alluminio con una copertina con la croce bianca, con accanto un piccolo comodino. Le guardiane/custodi dormivano nelle camerate loro assegnate e controllavano anche i bisbigli. 

                                      Il Tracomatosario oggi in abbandono

   Per i tanti dettagli del racconto di Miduri, rinviamo alla interessante lettura del libro. Qui vi diciamo subito che a partire dal 1960, in Sicilia la malattia era stata quasi debellata e i bambini dentro la struttura ormai venivano inseriti per ben altri motivi. I più importanti erano legati al fatto che molti genitori, a volte entrambi, erano costretti ad emigrare, che le famiglie in disagiate condizioni economiche venissero aiutate a sfamare qualche bocca, a volte per reali problemi di salute, altre. per sottrarre qualche minore al clima violento che ci poteva essere in famiglia, ma anche per tenere al sicuro qualche bambino di qualche affiliato alla mafia (questo passaggio sulla mafia è stato inserito dall'autore per dare vivacità ed interesse al racconto).
   I bambini attraverso particolari canali e con una certificazione medica falsa, compiacente, fatta a fin di bene, venivano accompagnati nella struttura e vi restavano fino al termine del ciclo scolastico delle elementari. T1,T2, T3 erano le espressioni, gli strani acronimi che i bambini impararono subito. Il tracoma di tipo 1 era il meno grave e la stragrande maggioranza di bambine e bambini ne erano “affetti”. La “cura” consisteva nell'applicazione, due volte al giorno, di una pomata antibiotica. Da un tubettino, con un gesto rapido dell’infermiera, una  piccola quantità veniva inserita nell'occhio. L’immediato sapore acre in gola e le rassicuranti parole “ti farà bene” dette a ciascun bambino facevano il paio con le terribili domande che attraversavano le loro menti.
   Perché sono qui? Perché mi è stata tenuta nascosta la malattia agli occhi? Diventerò cieco? La mia famiglia mi ha abbandonato? Domande senza risposte. Il pianto, lo sconforto, gli incubi  si accompagnarono al senso solitudine ed abbandono in tante notti in quei lettini d’alluminio. La struttura è situata nella zona alta di Bivona, i primi freddi autunnali intensificarono quei brividi di freddo che il povero Gino provò il primo giorno dell’arrivo. Con l’inverno anche la neve, i fiocchi sbattevano sulle vetrate, Gino veniva da una città di mare e la sorpresa fu tanta che per un poco gli fece passare la sensazione dell’intensificarsi del freddo.

                                      
                                                      Cacciapetra (fionda)
   In qualche modo i bambini, pur soffrendo e subendo la prepotenza degli adulti, tendono a preservarsi e ad entrare in sintonia fra di loro. Gino lo fece, per pura empatia, con i suoi compagni di viaggio, Pippo e Bartolo. Poi al gruppetto si aggiunse Rosalba ed infine Totò, Totò Cardinale di due anni più grande. Nel gruppo man mano che passavano le settimane si intensificava il rapporto di affiatamento. A cementarlo bastarono piccole cose, come la capacità di Gino di “fabbricare” mazzi di carte siciliane, tagliate a misura, da un scatola di cartone e disegnate a mano nei minimi particolari (era in grado di disegnarne un mazzo completo in un giorno!!), usate come mezzo di baratto con altri piccoli giuochi, come il rocchetto di legno, dove si avvolge il filo da cucito, facendolo girare con elastico diventava il carro armato, o un pezzo di canna secca e cava, che per qualche metro girava come un elicottero, frutti del lavoro con  il coltellino con cui Totò intaglia i suoi giocattoli o  la cacciapietra/fionda che Gino aveva nascosto agli occhi dei custodi e che consegnò  a Rosalba. Lei la custodirà come un tesoro, in un posto segreto che solo lei conosceva. I componenti del gruppo furono i soli a scoprire un luogo segreto, nelle cantine del tracomatosario, conosciuto come la prigione. Questa altro non era che la caldaia dentro cui dimorava un cane cieco a guardia della stessa, ma nel passa parola dei bambini veniva identificata, con le relative minacce da parte del direttore, come il luogo buio e segreto dove si poteva essere rinchiusi se non si eseguivano i rigidi dettami che il personale imponeva in maniera a volte cruda e con certe dosi di sadismo. Rosalba in scena racconterà l’episodio della sua umiliazione pubblica. Per essersi buttata un poco di latte addosso, a colazione, una delle signorine/custodi le strappò la camicetta fino al ventre e la costrinse, nuda, a stare davanti a tutti su un banco per tutto il tempo della colazione. 

                                   
                                  Marta Amatore (Rosalba) e Sebastiano D'Ambrogio (Gino)  

   Di contro l’afflato amicale si rinsaldava sempre più, ora Gino, Pippo, Bartolo, Rosalba e Totò si percepivano  come una famiglia. Gino in effetti, in cuor suo, aveva inserito nella famiglia anche Maria, una delle signorine che lo aveva preso a ben volere quando lo aveva confortato qualche volta di notte sentendolo singhiozzare e spesso lo aveva portato con sé in paese, a Bivona, per delle commissioni. Qualche volta Gino le faceva compagnia anche quando Maria si incontrava con il suo fidanzato, un tenente dei Carabinieri. Sarà proprio il tenente, nell'ambito delle indagini a lui affidate a scoprire che Totò Cardinale in verità si chiama Salvatore Caruso ed era figlio di un mafioso che dovendo trasferirsi in America per motivi attinenti all'affiliazione credette opportuno affidare il figlio, dietro compenso, alle attenzioni del maestro dei bambini, per via di una lontana relazione parentale della moglie con quella famiglia, insomma lasciarlo in mani sicure. Il tenente alla fine delle indagini verrà a capo di tante cose, a partire dalle false certificazioni mediche dei bambini e fino ad avere la certezza che il bambino Totò era figlio del mafioso Francesco (don Ciccio) Caruso.  

  Carmelo Miduri dopo aver raccolto da conoscenti ed amici vari stimoli a che il suo racconto potesse diventare qualcos'altro contatta e poi incontra Enzo Firullo per vedere se era possibile  una trasposizione teatrale. Enzo, da uomo di teatro a tutto tondo, anche se il  genere che la sua compagnia ha portato e porta in scena è diverso,  crede, in forza della sua esperienza, che questo spettacolo  avrebbe ottenuto un positivo riscontro dal pubblico.
  A questo punto Carmelo Miduri pensa di mettersi al lavoro per scrivere il copione da rappresentare e si ricorda dei lavori e delle collaborazioni con Toi Bianca, dai programmi tv ai libri “Siracusa & Droga”  (Edizioni La Pira, 1987) ed “Un anno in quaranta e-mail” (Lombardi Editore 2005) ed alle tante condivisioni di altri progetti. I due amici scrivono il copione, Enzo Firullo lo adatta per la sua regia.   

   
  Noi abbiamo letto il racconto sia dopo la prima presentazione del libro, sia prima di assistere alla pièce teatrale. Alla luce del resoconto che, qui, abbiamo cercato di riassumere, i contenuti del libro, la CO.MI.CA. (COmmedia Musical Italiano Cabaret), la compagnia di teatro di Enzo Firullo, lo ha interpretato con tanta professionalità e con tutto l’amore per il teatro di cui è capace.
    La messinscena, nel susseguirsi del suo contenuto recitato,  si è intrecciata con la voce di Laura Valvo che esplicitava le sequenzialità della cronaca del tempo e, a tratti dalla voce narrante di Agnese Firullo che aveva la funzione di legare i momenti del racconto di Miduri. Ad intervalli durante la recita venivano proiettati brevissimi flash di una serie di filmati e foto degli anni ’60, ad esempio, tratti da “Le avventure di Rin tin tin”, che era la serie televisiva che i ragazzi potevano seguire ogni pomeriggio nel salone della tv. Fuori scena, in sala, appropriate sonorità musicali eseguite da Romualdo Trionfante, dei Cantunovu, hanno accompagnato momenti particolari della recita. Lo spettacolo si chiude con una canzone di Francesco Firullo (autore delle musiche) cantata da Agnese Firullo. Un plauso speciale vogliamo riservarlo ai due bambini  Marta Amatore (Rosalba) e Sebastiano D'Ambrogio (Gino)  che hanno recitato in maniera impeccabile. Un ringraziamento importante a Peppe Migliara per le foto.


    Aggiungiamo, a bella chiosa,  che una parte del prezzo del biglietto pagato da tutto il pubblico presente, in ogni ordine di posti, è andato in beneficenza all’UNICEF.

Salvatore Spallina